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La mafia sfonda in Emilia Romagna. Ma non si dice

mafiaUn’inchiesta che ha trovato difficoltà ad essere pubblicata: raccorda di mafia al nord e di Pd, di giornalisti che hanno protezione e altri no. Perché?

Un giornalista d’inchiesta coraggioso nell’ultimo decennio ha scoperchiato il marcio del sistema mafia-politica nella roccaforte rossa, l’Emilia Romagna. Stiamo parlando di Stefano Santachiara, che inizia il suo percorso con le collaborazioni a pezzo con le Gazzette locali di Modena e di Reggio (1996-2003), ottiene poi un posto fisso di redattore a Modenaradiocity e dal 2007 viene assunto come cronista di giudiziaria a ‘L’Informazione’, quotidiano edito a Modena, Reggio Emilia, Parma e Bologna che chiuderà cinque anni dopo. Nel 2009 entra come corrispondente nella squadra del neonato Il Fatto Quotidiano.

Uno dei suoi primi reportage per il giornale di Antonio Padellaro e Marco Travaglio fotografava già la ramificazione del Clan dei Casalesi al nord, una summa delle cronache quotidiane per L’Informazione, compreso l’isolamento subito da un dirigente del Pd, Alberto Crepaldi, che aveva osato parlare di appalti sospetti ricevendo un proiettile in busta chiusa. Nello stesso periodo a Modena lavora anche un altro cronista che nel 2012 diventerà scrittore famoso con tanto di libro edito da Mondadori : Giovanni Tizian. Trasferitosi a 12 anni al nord dopo l’omicidio del padre Peppe a Bovalino (delitto ancora insoluto), dal 2006 Tizian collabora saltuariamente con varie riviste tra cui Rivistaonline, Liberainformazione, Narcomafie e, localmente, per la Gazzetta di Modena (L’Espresso).

Tutti e due, Santachiara e Tizian, parlano soprattutto di mafie. La loro opera è meritoria ma il modo è oggettivamente diverso. Non perché abbiano scritto inesattezze o siano andati “oltre”, visto che nessuno ha mai perduto una querela nonostante, soprattutto al primo, ne arrivino parecchie (quasi tutte archiviate perché gli articoli erano rispondenti al vero). Ad esempio: mentre Tizian, nel libro Gotica sulle mafie al nord, racconterà di un tale direttore di banca, non indagato, chiamandolo “Giovanni” senza farne il cognome, Santachiara ha “spiattellato” senza problemi il direttore della Cassa di Risparmio di Parma e Piacenza, Giovanni Braglia, nel suo articolo sul riciclaggio internazionale della ‘ndrangheta crotonese degli Arena, cosca che non ha esitato a far saltare in aria l’agenzia delle Entrate di Sassuolo. Negli anni Santachiara scava su molti casi spinosi di corruzione, mafie, poteri occulti.

Il collega Tizian è più settoriale, si occupa della cosiddetta parte militare delle mafie e di quelle collusioni di professionisti e imprenditori che via via vengono accusati e interdetti dalle Prefetture. Ma le mafie sono anche e soprattutto altro, come vedremo: sono intrecciate con una parte del Potere finanziario – politico – massonico, anche nell’Emilia rossa. E vivono di simboli.

Il sindaco di Vignola Roberto Adani del Pd viene minacciato, coi soliti proiettili, per aver denunciato ogni affare in odor di mafia sul suo territorio, o forse per aver osato cacciare funzionari infedeli e l’assessore reggino Antonio Francesco Orlando, sospettato di appartenere alla massoneria bolognese (fatto da lui sempre negato) e poi arrestato per estorsione nel 2009 (notizia riportata all’epoca solo da L’Informazione e da Il Fatto). Al termine del secondo mandato Adani viene scaricato dal Pd. E anche quando si candida alle primarie del dicembre 2012, venendo nuovamente minacciato di morte, nessun sindaco, assessore, presidente, dirigente di partito e responsabile di circolo – al di la della solita solidarietà di circostanza – osa dichiarare il suo appoggio politico al candidato Adani. Nessuno ne racconta la storia:
In seguito, grazie alle indagini della pm di Modena Claudia Natalini viene alla luce il primo caso di Mafia-Politica in Emilia Romagna. Siamo nel maggio 2011 quando Santachiara, sul fattoquotidiano.it, svela l’inchiesta sul project financing milionario finito nelle mani di società riconducibili all ‘ex soggiornante obbligato Rocco Baglio di Gioia Tauro, pregiudicato per detenzione di mitra e bancarotta negli anni ’90, vicino alla cosca Longo Versace: è indagato per corruzione del sindaco Pd Luigi Ralenti di Serramazzoni, Comune dell’Appennino dove poi si susseguiranno indagini per abusi edilizi.

Nel dicembre 2011 Santachiara viene invitato a parlarne nella puntata di Report dedicata al Sacco di Serra. In quel momento in Emilia e non solo, i Poteri forti sono terrorizzati, non tanto per il caso specifico ma per il possibile effetto domino: potrebbero arrivare all’attenzione di un pubblico nazionale altre scottanti vicende in questa ed in altre regioni “vergini”. Non a caso si fanno più insistenti le minacce velate a Stefano Santachiara, che negli anni precedenti aveva presentato due denunce all’autorità giudiziaria senza che trapelassero sui giornali. Come lui erano stati intimiditi David Oddone de L’Informazione di San Marino, impegnato a scavare sul riciclaggio nel Titano, e Christian Abbondanza della Casa della Legalità di Genova, oggetto di minacce di morte in varie telefonate tra boss della ‘ndrangheta.

Tra fine dicembre e gennaio 2012 Giovanni Tizian , nei giorni della presentazione del suo libro ‘Gotica’ sulle mafie al nord, viene messo sotto scorta per una minaccia e la notizia esce immediatamente sulla Gazzetta di Modena. Il presunto pericolo imminente non riguarda il volume ma questo articolo sulla Gazzetta di Modena sugli affari delle cosche nel settore dei videopoker . La ragione della scorta sarà resa nota nel gennaio 2013: il faccendiere piemontese Guido Torello, dopo aver letto l’articolo del giornalista che parla anche di interessi nelle slot machine del suo socio, il boss calabrese Rocco Femia, pronunciò questa frase nel corso di una conversazione con lo stesso Femia: “O la smette o gli sparo in bocca”; la frase arriva all’opinione pubblica quando, appunto circa un anno dopo, il pm della Dda bolognese Marco Mescolini chiude l’inchiesta sui videogames truccati per i quali il gip respinge l’aggravante mafiosa. Per tutto il 2012, intanto, la campagna “Io mi chiamo Giovanni Tizian” viene sospinta da Enti locali e Pd, modenesi ed emiliani, e dai media nazionali. L’agenda mediatica cancella di fatto le inchieste scomode portate alla luce da Santachiara in Emilia Romagna: i misteri di Vignola, i milioni del sacerdote killer, l’affaire festa dell’Unità di Modena, l’accordo tra coop rosse e il dellutriano Samorì nella Bper, l’inchiesta sul leader regionale del Pd Bonaccini, il “Sacco di Serra”.

Nel gennaio 2012 Tizian dice la sua opinione sul Caso di Serramazzoni: scrive una lunga lista di cose da fare in cui ricorda anche l’ inchiesta del pm Claudia Natalini sull’Appennino. Poche righe per dire che “Baglio ormai si è smarcato dalla mafia”. Naturalmente è legittimo ritenere, come ha fatto il pm della Dda Mescolini, che non sia contestabile l’aggravante mafiosa, ma è singolare la teoria secondo cui un boss possa uscire dalla mafia .

In seguito torna sui rapporti tra l’allora sindaco di Serramazzoni e l’ex soggiornante obbligato Rocco Antonio Baglio il professor Enzo Ciconte in una relazione dal titolo ‘I raggruppamenti mafiosi in Emilia-Romagna. Elementi per un quadro d’insieme’, nell’ambito del progetto regionale ‘Città sicure’ 2012. Proprio all’ultima pagina, nelle considerazioni conclusive, Ciconte cita il caso Serramazzoni: «[…] vale la pena di ricordare – scrive l’ex deputato del Pci – anche l’episodio che ha coinvolto il sindaco di Serramazzoni, in provincia di Modena, il quale ha ricevuto più volte in Comune, come se fosse la cosa più normale di questo mondo, un uomo come Rocco Baglio, molto noto a Modena e nel modenese per i suoi trascorsi giudiziari e le sue condanne, a cominciare da quella più lontana che l’ha portato dalla Calabria in soggiorno obbligato”. Oggi Ciconte spiega: «Gli arresti e il quadro delineato dalla Finanza non mi hanno stupito, diciamo che avevo già previsto il fenomeno. Credo che Ralenti non possa accampare la scusa di non sapere chi fosse Baglio».

Per sapere come è finita la storia di Serramazzoni occorre leggere ancora Stefano Santachiara, nel frattempo raggiunto da una maxi-richiesta di risarcimento da un milione di euro intentata dalla cooperativa Cooprocon, coinvolta in presunti abusi edilizi e citata nel servizio di Report. La magistratura nell’ottobre 2012 parla di “metodo inequivocabilmente ndranghetista” di Baglio, accusato di aver incendiato la casa di un costruttore e di avergli mandato una testa di capretto mozzato, e contemporaneamente di aver corrotto il sindaco del Partito Democratico.

di Giuliano Girlando

Da: www.popoff.globalist.it

Author: M.L.

Appassionato sin da giovanissimo di geopolitica, è attivo nei movimenti studenteschi degli anni novanta. Militante del Prc, ha ricoperto cariche amministrative nel comune di Casteldelci e nella C.M. Alta Valmarecchia. Nel 2011 crea il blog Ancora fischia il vento.

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