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Per provare a capire chi decide da che parte andare

Voglio riprendere la questione della legge sulla legittima difesa, ma non torno sul merito – perché l’ho fatto in un altro articolo – ma voglio provare, a partire da quello che abbiamo detto e scritto in questi giorni, a ricavarne una riflessione sul metodo: in particolare sulla debolezza della politica.
Quello della legittima difesa è evidentemente un argomento rilevante, anche se non così fondamentale come vorrebbero farci credere, che potenzialmente riguarda poche persone, ma che tocca comunque un aspetto importante del rapporto tra i cittadini – tutti noi cittadini – e la giustizia. In fondo lo stato nasce essenzialmente per sottrarre l’uso della forza agli uomini in favore di una struttura che, sola, abbia i titoli per usarla. La condizione di natura è che ciascuno di noi dovrebbe proteggere se stesso, la propria famiglia e le proprie cose, difendendosi, con ogni mezzo, compresa la forza, quando qualcuno ci attacca. Costruendo uno stato, dandoci un sistema di leggi, abbiamo più o meno consapevolmente deciso di rinunciare a questo diritto – un diritto che a dire il vero implicava molti rischi – a favore di un sistema in cui sono maggiori i doveri, ma in cui c’è evidentemente maggior sicurezza. E’ naturale che nel corso del tempo, e per il mutare delle condizioni culturali, economiche e sociali questo rapporto complesso muti, e quindi che le leggi cambino, andando in una direzione piuttosto che in un’altra.
Quello che mi interessa è chi decide questa direzione. E curiosamente non è più la politica. E’ qualcosa a cui dobbiamo abituarci, anche noi che siamo cresciuti in un mondo diverso, in cui la politica aveva un ruolo ben più definito rispetto a quello che ha adesso, e proprio perché non ci abituiamo – alcuni, come me, non vogliono abituarsi – facciamo fatica a capire quello che sta succedendo. Eppure dobbiamo provarci. Prendo l’esempio della legittima difesa perché è quello più recente, quello che potete ricordare meglio, ma, se vi fermate a pensare, ve ne possono venire in mente molti altri.
Guardate quello che è capitato in questi giorni: la politica è sempre stata un passo indietro, è sempre stata nella condizione dell’inseguitore e quindi è andata dove vedeva andare i cittadini. Le persone hanno espresso una richiesta di sicurezza ed è stata cambiata la legge, poi sono state fatte emergere le contraddizioni di quella legge e quindi sono state promesse delle modifiche. E quindi abbiamo assistito al paradosso che il partito di maggioranza che ha approvato la legge, l’ha sconfessata dopo qualche ora; e ora propone delle modifiche, ma non sa quali, perché non ha ancora capito quale sarà la direzione che prenderà l’opinione pubblica. E così assistiamo a questo stallo, in cui peraltro si dibattono anche altre forze politiche, a partire dal più grande partito di opposizione. Non basta a spiegare questo fenomeno la pochezza dei cosiddetti leader politici. Non è solo la ricerca di un facile consenso elettorale, è proprio l’incapacità di costruire un sistema in cui la politica stia al passo e guidi i cittadini.
Io non ho nostalgia di partiti-chiese che dettano la linea; e sinceramente questa credo sia una caricatura di un fenomeno che non è mai esistito nella nostra storia recente. Però i partiti di massa erano un’altra cosa, perché il loro obiettivo non era quello di inseguire, ma quello di guidare. Non sempre ci riuscivano, non sempre il percorso era lineare, non sempre le persone erano disposte a farsi condurre e quindi il partito doveva fermarsi o modificare il percorso, fino ad arretrare, per far sì che il cammino fosse di tutti. Pensate ad esempio al tema dei diritti in un grande partito di massa come il Pci. Al di là di quello che ne potevano pensare gli intellettuali che lo guidavano, le posizioni del partito erano meno progressiste di quello che ci sarebbe potuto aspettare, perché le persone – diciamo la base, per spiegarsi – non sarebbe stata disposta ad accettare certe idee. Penso al tema dei diritti delle persone omosessuali, in cui ci si scontrò evidentemente con un sentimento di diffuso bigottismo. Però anche in casi come questi non era mai la politica a inseguire, la politica cercava di evitare strappi, certo segnava il passo, spesso non dava il meglio di sé, ma non cedeva mai la guida, anche perché la direzione era una costruzione collettiva. Partito di massa non è una formula: i grandi partiti europei erano strutture vive nella società, che rappresentavano milioni di persone e che sentivano la responsabilità di questa rappresentanza.
Quel mondo lì è finito. Però non possiamo fare finta che siamo noi cittadini, che ci siamo resi autonomi dalla politica, che adesso conduciamo le danze. So no altri che tirano le fila e noi inseguiamo, senza avere alcun ruolo, come invece avevamo, pur nel nostro piccolo, nel mondo dei partiti di massa. Il bisogno di sicurezza è reale o è indotto? Spesso è costruito, non è difficile farlo, così come non è difficile costruire altri bisogni o altre spinte emotive. Quando qualcuno decide che le foto dei nostri profili social devono diventare tutte arcobaleno, non fa poi così fatica a ottenere quel risultato e, allo stesso tempo, avrà creato le condizioni per cambiare le leggi a favore di una determinata fascia di persone. L’esito è stato ovviamente positivo – me ne rallegro oggi, come ne ero soddisfatto allora – ma quello è un caso in cui la politica ha certamente inseguito. E anche se la direzione è quella giusta, io sono preoccupato quando non so chi l’ha decisa. Ma spesso la direzione non è neppure quella giusta, come ad esempio nel caso della legittima difesa.
Se non è la politica che si assume il compito di guidare certi processi, altri lo faranno. E altri lo stanno facendo. da una parte gruppi piccoli, ma coesi e motivati, finiscono per rappresentare il tutto, pensate alla chiesa cattolica in Italia, una minoranza che ha un peso decisamente maggiore rispetto a quello che effettivamente rappresenta, Ma soprattutto il mercato, la cui capacità di condizionare è ben più forte: lo abbiamo visto nel corso di queste ultime elezioni, negli Stati Uniti e in Francia, lo vediamo ogni giorno nella nostra vita.
Per questo credo sia necessario che ciascuno di noi – e anche collettivamente, per quello che possiamo e per quello che ci lasceranno fare – provi a evitare di inseguire quello che tutti inseguono, quello che ci dicono che è giusto inseguire. Anche a rischio di stare fermi qualche volta.
se avete tempo e voglia, qui trovate le cose che scrivo

Author: Luca Billi

Luca Billi, nato nel 1970 e felicemente sposato con Zaira. Dipendente pubblico orgoglioso di esserlo. Di sinistra da sempre (e per sempre), una vita fa è stato anche funzionario di partito. Comunista, perché questa parola ha ancora un senso. Emiliano (tra Granarolo e Salsomaggiore) e quindi “strano, chiuso, anarchico, verdiano”, brutta razza insomma. Con una passione per la filosofia e la cultura della Grecia classica. Inguaribilmente pessimista. Da qualche tempo tiene il blog “i pensieri di Protagora” e si è imbarcato nell’avventura di scrivere un dizionario…

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